Lajae Jones, il nuovo volto della Pallacanestro Trieste
Dalla panchina di Tarleton State al titolo NJCAA con Barton, fino alla chiamata di Golden State al Draft: il profilo tecnico di Lajae Jones e il suo adattamento da ala forte in Serie A.
di Giuseppe Marmina · 23 settembre 2026

La sera del 31 gennaio 2024, a Great Bend, Kansas, Barton Community College celebrò l’ingresso di Jackie Jones nella propria Hall of Fame, restituendo per qualche ora il centro della scena a uno dei giocatori più importanti passati dal programma alla fine degli anni Ottanta. Tra il pubblico c’era anche suo figlio Lajae, che proprio in quella stagione aveva scelto di indossare la stessa maglia e che, chiamato improvvisamente sul palco dal padre, si ritrovò a improvvisare un discorso senza avere preparato una sola parola. Poche ore più tardi segnò 19 punti contro Cloud County e, nei mesi successivi, avrebbe trasformato quella coincidenza familiare in qualcosa di molto più significativo, perché Barton concluse l’annata con un record di 36-1, vinse il titolo nazionale NJCAA e Jones chiuse il torneo con 66 punti e 43 rimbalzi in quattro partite, venendo nominato MVP della fase finale e Second Team All-America.
Per arrivare fino a lì, Jones dovette fare il percorso inverso rispetto a quello che immagina quasi ogni studente-giocatore americano quando lascia l’high school. Entrò in Division I, a Tarleton State, e dopo pochi mesi si ritrovò quasi fuori dalla rotazione, con una manciata di minuti, poche responsabilità e la sensazione di avere sbagliato il primo salto. La decisione di scendere al Junior College, tornando proprio a Barton, la scuola nella quale suo padre aveva lasciato il segno trent’anni prima, fu il momento che cambiò la sua carriera e che, in qualche modo, continua a spiegare ancora oggi il tipo di giocatore che è diventato.
Dopo Barton, Jackie Jones giocò una stagione a Oklahoma da 15 punti e 7 rimbalzi di media, venne nominato Big Eight Newcomer of the Year e arrivò fino al roster preseason dei Dallas Mavericks. Lajae crebbe con quel riferimento accanto fin da bambino, tanto che il suo stesso nome nasce dal desiderio del padre di chiamarlo in qualche modo “little Jackie” senza trasformarlo semplicemente in Jackie Jr.
Dall’altra parte della famiglia c’è una storia completamente diversa, legata alle origini israeliane della madre Nava, nata ad Haifa, e a una tradizione religiosa che Jones ha sempre mantenuto come parte importante della propria identità. È cresciuto nella fede ebraica, ha celebrato il Bar Mitzvah e possiede la cittadinanza israeliana; dopo la chiamata al Draft, quando sotto l’annuncio della scelta da parte di Golden State comparvero insulti antisemiti, affrontò la questione con una serenità che racconta molto più del modo in cui si presenta pubblicamente che non delle offese ricevute, limitandosi a parlare della famiglia materna, della guerra e del desiderio di vedere finire un conflitto che, per lui, non è mai stato una questione astratta. Anche in questo caso emerge un tratto che accompagna il suo percorso cestistico: Jones raramente sembra interessato a fare della propria storia il centro esclusivo del racconto, preferendo lasciare che siano le scelte e il modo in cui reagisce alle difficoltà a definirlo.
A Fletcher High School, nella zona di Jacksonville, Lajae Jones fu uno dei giocatori più importanti usciti dal programma negli ultimi anni, con oltre 1.400 punti, quasi 600 rimbalzi, 197 assist, 176 recuperi e 165 stoppate, numeri che raccontano già un profilo molto più ampio. La firma con Tarleton State, primo atleta di Fletcher dal 1997 a ottenere direttamente una borsa di studio per un programma Division I, sembrava l’inizio naturale di una progressione, ma la realtà fu diversa: dieci presenze, poco più di sei minuti a partita e un impatto quasi nullo, dentro un contesto nel quale non riuscì mai realmente a trovare un ruolo.
È da Barton che tutto riparte, ma il dato più interessante di quella stagione non fu soltanto la produzione, pur importante, di 15,4 punti e 9,2 rimbalzi con il 54% dal campo. Il vero salto stava nel modo in cui Jones cominciò a essere percepito come giocatore di perimetro, perché il 42,2% da tre modificava completamente il quadro tecnico e permetteva di leggere il suo corpo, la sua mobilità e la sua capacità di andare a rimbalzo sotto una luce diversa. Da quel momento non fu più soltanto un’ala atletica capace di vivere in transizione o vicino al ferro, ma un giocatore che poteva aprire il campo e costringere il difensore a rispettarlo anche lontano dalla palla.
Il passaggio successivo a St. Bonaventure rappresentò la prima vera verifica di quanto quelle qualità fossero trasferibili a un livello superiore, dentro il sistema di Mark Schmidt, uno degli allenatori più esigenti e strutturati dell’Atlantic 10. Jones partì titolare praticamente per tutta la stagione, giocò oltre 33 minuti a sera e chiuse con 10,8 punti, 5,8 rimbalzi e il 37,9% da tre, ma il dato più significativo fu probabilmente il modo in cui imparò a produrre senza dover controllare il possesso. Con un usage del 16,1% e un offensive rating di 113,9, Jones cominciò a costruire una dimensione offensiva fatta di tiro sugli scarichi, tagli, attacco dei closeout e lavoro senza palla, riducendo progressivamente la necessità di creare dal palleggio e aumentando invece il proprio valore come giocatore di connessione.
Fu probabilmente quella stagione a preparare davvero il passaggio a Florida State, perché quando Luke Loucks prese il programma dopo gli anni trascorsi negli staff NBA di Golden State e Sacramento, cercò esattamente un giocatore di quel tipo: fisico, mobile, capace di stare dentro quintetti diversi, utile senza palla e abbastanza versatile da reggere più coperture difensive. Jones entrò nel transfer portal e restò disponibile per pochi giorni, trovando a Tallahassee l’ambiente ideale per provare a completare il passaggio da buon giocatore universitario a talento nei radar NBA.
Durante una delle prime settimane della preparazione estiva, Loucks fermò la squadra e mostrò una sequenza di uno scrimmage nella quale Jones segnò nove triple consecutive, contandole una per una davanti ai compagni. Più che il numero in sé, quell’episodio mise subito a fuoco uno dei temi centrali del suo profilo offensivo: Jones possiede una base tecnica credibile come tiratore sugli scarichi, soprattutto in situazioni di ricezione con i piedi già preparati e il corpo in equilibrio. La meccanica è compatta, il rilascio sufficientemente rapido per punire un difensore in ritardo e la fiducia nel tiro non rappresenta un problema; il punto da verificare riguarda piuttosto la ripetibilità del gesto quando aumentano velocità della rotazione difensiva, lunghezza del contest e necessità di correggere gli appoggi prima del rilascio.
Jones è molto più efficace quando riceve con il vantaggio già creato, può entrare direttamente nel tiro e non deve generare separazione dal palleggio, e proprio per questo il suo margine offensivo dipende meno dalla capacità di segnare nove triple consecutive in palestra e molto di più dalla possibilità di trasformare il tiro da tre in una minaccia stabile da ala contro difese organizzate. I numeri della stagione a Florida State raccontano bene questa transizione: la percentuale scese al 32,5%, ma il volume aumentò fino a 169 tentativi complessivi, con un usage salito al 19,3% e un offensive rating rimasto comunque a 115, segno di un giocatore capace di assorbire maggiori responsabilità senza perdere completamente efficienza.
Il dato più interessante, però, non sta soltanto nella percentuale, ma nella natura dei tiri. Gran parte delle triple realizzate arrivò su assist, confermando un profilo da tiratore sugli scarichi molto più che da creatore dal palleggio, mentre il 58,8% al ferro, con una quota relativamente bassa di conclusioni assistite, racconta una capacità reale di trasformare un vantaggio secondario in penetrazione. Jones non crea quasi mai il primo vantaggio del possesso, ma è bravo a sfruttare quello prodotto dagli altri: riceve dopo una penetrazione, valuta la chiusura del difensore, mette palla a terra con uno o due palleggi e usa il corpo per arrivare al ferro, dove la combinazione tra struttura fisica, equilibrio e disponibilità al contatto diventa molto più importante della qualità del palleggio.
È qui che il suo gioco assume una fisionomia precisa. Non è un’ala da isolamento e non possiede ancora un tiro dal palleggio abbastanza affidabile da punire sistematicamente chi gli concede il medio raggio, come conferma il rendimento molto più basso sui tiri da due fuori dall’area. Il palleggio è funzionale, non creativo, e perde valore quando la difesa è già schierata e gli viene chiesto di costruire qualcosa da zero. Jones rende molto meglio quando può leggere una difesa già in movimento e trasformare quella situazione in una conclusione semplice, senza interrompere il flusso offensivo.
Anche il rendimento vicino al ferro racconta qualcosa di importante. Jones chiuse con 23 schiacciate su 28 tentativi e 70 realizzazioni su 119 conclusioni al ferro, numeri che confermano quanto la sua fisicità sia già trasferibile a un livello professionistico. Sul campo aperto corre bene per un giocatore di 201 centimetri e circa 100 chili, riempie le corsie con continuità e può chiudere sopra il ferro, ma è particolarmente interessante quando è lui stesso a dare inizio alla transizione dopo il rimbalzo difensivo. La sua presenza sotto i tabelloni non è accessoria, e la capacità di partire direttamente dopo il recupero del pallone permette di guadagnare metri prima che la difesa possa organizzarsi.
La creazione per i compagni resta invece una delle aree meno sviluppate del suo gioco. Jones vede il passaggio semplice, mantiene viva la circolazione e può muovere rapidamente il pallone, ma non è un giocatore al quale affidare la costruzione dell’attacco né uno capace di creare sistematicamente per gli altri. Il suo valore offensivo nasce proprio dalla chiarezza del ruolo: aprire il campo, ricevere, attaccare una difesa sbilanciata, correre e andare a rimbalzo senza chiedere una quantità elevata di possessi.
Se offensivamente il suo sviluppo passa soprattutto dal tiro, è però nella metà campo difensiva che Jones ha costruito gran parte del proprio valore NBA. La stagione a Florida State si chiuse con numeri avanzati positivi anche in quella metà campo, ma soprattutto mise in evidenza una combinazione di struttura fisica, mobilità laterale e lunghezza che gli consente di difendere giocatori differenti senza costringere la squadra a cambiare completamente assetto. Ha gambe sufficientemente rapide per contenere guardie di taglia, forza per reggere molte ali e una base abbastanza solida da confrontarsi anche con giocatori più pesanti.
Fu questo insieme di caratteristiche, più ancora della produzione offensiva, a portare Jones fino al Draft NBA. Alla vigilia della selezione non figurava tra i talenti considerati certi di essere chiamati, ma Golden State l'aveva già osservato da vicino durante un workout pre-Draft e conosceva anche indirettamente il giocatore attraverso Luke Loucks, cresciuto professionalmente proprio dentro l’organizzazione dei Warriors. Quando, alla numero 54, Mike Dunleavy decise di chiamare il suo nome, Jones completò in meno di tre anni un percorso che lo portò dalla fine della panchina di Tarleton State alla NBA, passando per un Junior College nel quale era tornato quasi per ricostruire da zero la propria carriera.
La scelta di Golden State ha una logica abbastanza chiara, perché Jones rappresenta il tipo di ala sulla quale una franchigia può investire nel secondo giro senza aspettarsi necessariamente grandi numeri immediati: fisico già pronto, capacità di difendere su più avversari, disponibilità a giocare senza palla e un tiro ancora discontinuo ma abbastanza credibile da poter essere sviluppato. La Summer League offrì una prima verifica, con Jones capace di incidere soprattutto a rimbalzo e vicino al ferro più che attraverso il tiro perimetrale, ma servì anche a chiarire quanto fosse ancora necessario giocare minuti veri prima di poter pensare a una presenza stabile nella rotazione dei Warriors.
È in questo punto che Trieste entra nella sua storia, non come semplice destinazione successiva ma come contesto nel quale il suo profilo può essere riletto in maniera diversa rispetto al college e alla NBA. Jones arriverà in Italia per giocare principalmente da ala forte e proprio questo può rendere particolarmente interessante il suo adattamento alla pallacanestro europea, perché a 201 centimetri per circa 100 chili possiede già il fisico necessario per reggere molti giocatori del ruolo senza dover perdere la mobilità che costituisce una delle sue qualità migliori.
Il suo impatto non dovrebbe dipendere dalla capacità di giocare spalle a canestro o di diventare un realizzatore interno tradizionale, quanto dalla possibilità di offrire a Trieste una presenza più mobile e dinamica nello spot di quattro. Jones può aprirsi sul perimetro, correre il campo, andare con decisione a rimbalzo e soprattutto occupare lo spazio senza chiedere che l’attacco rallenti per cercarlo, caratteristiche che nel basket europeo moderno stanno assumendo un peso sempre maggiore proprio perché consentono di mantenere il campo largo senza rinunciare completamente alla fisicità.
Il modo in cui verrà coinvolto in attacco dovrà restare semplice. Jones è più efficace quando riceve dopo che la difesa è già stata costretta a muoversi, può prendersi il tiro con spazio oppure attaccare frontalmente un avversario che arriva in ritardo, e giocando da quattro potrebbe trovare ancora più spesso questo tipo di situazione contro lunghi meno abituati a difendere lontano dall’area. Non sarà necessario costruire per lui molti possessi, perché può incidere tagliando dietro la difesa, correndo in transizione, andando sul vetro offensivo e sfruttando le aperture create dalle guardie.
Il tiro da tre rimane naturalmente il punto dal quale dipenderà gran parte della sua efficacia anche in Europa. Le difese italiane proveranno inizialmente a capire se Jones sia davvero in grado di punire con continuità dal perimetro, e se riuscirà a riportarsi sulle percentuali mostrate a St. Bonaventure costringerà il proprio avversario ad allontanarsi dall’area, creando spazi importanti anche per il resto dell’attacco. Se invece il tiro dovesse rimanere vicino al 32% dell’ultima stagione NCAA, gli verrà concesso maggiore spazio e questo finirà inevitabilmente per ridurre anche l’efficacia delle sue penetrazioni, perché verranno meno proprio quelle chiusure aggressive che oggi sa sfruttare meglio.
Vicino a canestro, al contrario, il passaggio al professionismo non dovrebbe richiedere una trasformazione radicale. Jones ha già mostrato di saper concludere anche con il contatto e, giocando da quattro, potrà utilizzare la rapidità contro avversari più pesanti e la forza contro ali meno strutturate, soprattutto quando arriverà al ferro in movimento anziché ricevendo da fermo. Non sarà un giocatore da post basso, ma potrà essere molto efficace quando l’azione lo porterà a ricevere dopo un taglio, una penetrazione o una corsa in transizione.
A rimbalzo gli verrà chiesto qualcosa in più rispetto al college, ma anche questa è una zona nella quale possiede già una base ampiamente solida. Jones non aspetta semplicemente il pallone, cerca la posizione e usa bene il corpo, e il fatto di giocare da ala forte renderà questa sua caratteristica ancora più importante per una squadra che vuole restare veloce senza concedere troppo sotto i tabelloni. La sua capacità di raccogliere il rimbalzo e partire direttamente può inoltre diventare uno strumento utile per accelerare il ritmo, soprattutto contro squadre che faticano a rientrare dopo un tiro sbagliato.
È però in difesa che il passaggio da tre-quattro universitario a quattro europeo può offrire i vantaggi più interessanti. Jones ha abbastanza forza per reggere molte ali forti della Serie A e, allo stesso tempo, abbastanza mobilità per seguirle quando si aprono sul perimetro, una combinazione che può permettere a Trieste di difendere con maggiore aggressività e di evitare alcuni cambi di marcatura che normalmente costringono una squadra a perdere equilibrio. Contro i quattro più perimetrali potrà usare le gambe e la lunghezza, mentre contro quelli più fisici dovrà imparare a sfruttare meglio posizione e anticipo, perché in Italia incontrerà giocatori con maggiore esperienza nel creare contatto e nel portare il difensore verso le zone del campo che preferiscono.
Sarà proprio questo uno degli adattamenti più interessanti da seguire, perché in NCAA molte situazioni possono essere risolte attraverso energia e qualità atletiche, mentre nel basket europeo Jones dovrà imparare a difendere più a lungo dentro la stessa azione, riconoscere meglio i tempi dei blocchi, evitare falli inutili e mantenere disciplina contro avversari che useranno ogni piccola esitazione per creare un vantaggio. Il suo fisico gli permetterà di non soffrire l’impatto iniziale, ma sarà la qualità delle letture a decidere quanto rapidamente riuscirà a diventare affidabile.
Il ruolo da quattro, quindi, sembra avere molto senso proprio perché mette insieme le parti migliori del suo gioco senza costringerlo a trasformarsi in qualcosa che non è. Jones può dare velocità, rimbalzo, tiro sugli scarichi e presenza difensiva senza monopolizzare il pallone, e in una squadra che dispone già di giocatori capaci di creare può diventare uno di quegli elementi che tengono insieme il quintetto senza che il loro valore sia immediatamente leggibile nel tabellino.
La Serie A gli chiederà meno libertà e maggiore precisione rispetto al college, ma il percorso degli ultimi anni suggerisce che proprio l’adattamento sia diventato una delle sue qualità principali. A Barton fu il protagonista, a St. Bonaventure imparò a ridurre il proprio peso offensivo, a Florida State aggiunse responsabilità mantenendo un ruolo chiaro, mentre a Trieste dovrà fare un passo ulteriore e imparare a incidere stabilmente da ala forte dentro una pallacanestro più tattica, più fisica e meno indulgente sugli errori.
Se il tiro reggerà, l’adattamento all’Europa potrebbe essere molto più rapido di quanto suggerisca la sua esperienza, perché struttura fisica, energia, capacità di correre, presenza a rimbalzo e disponibilità a giocare senza monopolizzare la palla sono già caratteristiche compatibili con il contesto italiano. È su questo equilibrio, più che sui punti segnati, che si misurerà davvero il suo primo anno a Trieste e, probabilmente, anche la possibilità di riaprire in futuro quella porta NBA che Golden State ha scelto di lasciare socchiusa.


